Il fascino di Harry Potter

Sarebbe irrealistico pensare di poter raccontare cosa sia la saga di Harry Potter in un semplice post. Una recensione della trama o un giudizio sui personaggi sarebbe semplicemente la ripetizione di quanto già detto e scritto da altri. La verità, però, è che il suo fascino non ha mai smesso mai di incantare, nonostante siano passati più di vent’anni da quando Salani ha deciso di pubblicare Harry Potter e la pietra filosofale in Italia.

Ci vuole molto coraggio per resistere ai nostri nemici, ma anche per resistere ai nostri amici.

Tutti quelli che hanno amato questa saga, con l’uscita di Harry Potter e i doni della morte hanno ben chiaro il ricordo di cosa significasse poter mettere al proprio posto quell’ultima tessera di un puzzle che si sperava quasi fosse infinito ma di cui, allo stesso tempo, si voleva conoscere il finale. Quell’ultimo libro significava veder chiudere un cerchio durato 10 anni ma anche l’inesorabile vuoto che leggere l’ultima pagina avrebbe portato. Sarebbe arrivata la fatidica domanda che sorge spontanea ogni volta che si sta leggendo IL libro: “e adesso…?”. Perché se è vero che fin dalla prima pagina si ha la consapevolezza che si tratti di finzione, è inevitabile sentirsi parte di un qualcosa che va oltre le pagine di carta.

Abbiamo tutti luce e oscurità dentro di noi. Ciò che conta è la parte con cui sceglieremo di agire. Ecco chi siamo veramente.

La chiave per capire questa sensazione si riesce a capire solo oggi che il fenomeno di Harry Potter è stra-noto a tutti e ogni segreto (forse) è stato svelato. La differenza con le altre saghe di successo è che in questa si percepisce il disegno dell’autrice, che non viene definito di libro in libro ma che le era già chiaro fin dall’inizio. Ogni dettaglio porta a qualcosa di più grande, se pur visibile al lettore solo alla fine. Nelle altre saghe, per quanto ben scritte, si sente la mancanza di una programmazione così minuziosa. In queste ultime spesso si trovano dettagli che servono a dare alla storia una certa direzione ma di cui si potrebbe fare a meno per l’architettura complessiva dell’opera.

La traduzione italiana ha risentito proprio del fatto che il quadro generale rimanesse sconosciuto al lettore, e quindi al traduttore. Nessuno poteva immaginare che anche nella scelta dei nomi ci fosse un significato nascosto. È per questo che il nome Albus Silente stona del tutto con un personaggio che è tutt’altro che “silenzioso” e che l’autrice, infatti, ha dichiarato aver immaginato come “sempre in movimento, che mormora continuamente tra sé e sé” e che quindi si allaccia al suo originale nome di Dumbledore (che rimanda all’antico nome inglese del calabrone, bumblebee). Che dire anche di Neville Paciock, se questo nome può essere giusto per il ragazzino timido dei primi libri è totalmente in disarmonia con l’eroe che diventerà negli anni. La traduzione italiana ha risentito anche della natura stessa dell’opera. Se infatti il primo libro viene recepito come letteratura per l’infanzia, fin dal secondo volume ci si rende conto che si tratta di ben altro. Negli anni trascorsi a Hogwarts non sono solo i personaggi a crescere ma l’intero impianto narrativo che matura con loro.

La Rowling non ha solo creato personaggi di una storia, ogni elemento è talmente dettagliato che non si può evitare di sentirsi parte di quel mondo. Un mondo pensato e descritto in ogni sua sfumatura più piccola, tanto da sembrare reale. Chi, leggendo i sette libri, non è riuscito a percepire il gusto delle caramelle tutti i gusti più uno, l’odore della Passaporta a casa Wesley, il rumore della folla alla coppa di Quidditch?!

È proprio la voglia di essere parte di questo universo che ha portato alla nascita di altri grandi successi. Da una parte il futuro messo in scena a teatro con Harry Potter e la maledizione del bambino – visto anche sugli scaffali delle librerie italiane dal 2016. Dall’altra, il passato raccontato da Animali fantastici e dove trovarli, uscito nelle sale italiane nello stesso anno ma che riprende il titolo di un libro del 2001. Anche in questo caso attraverso quel libriccino, una “guida” di tutti gli animali e le creature del magico universo, il mondo di Harry Potter acquisisce contorni sempre più realistici. Nessuno leggerebbe una vera e propria enciclopedia di cose che non esistono, o no?

Le parole sono, per la mia opinione non tanto umile, la nostra fonte di magia più inesauribile, capace sia di ferire che di curare.

In ogni caso il successo è garantito proprio dal desiderio di immortalità che ogni fan desidera per la propria saga preferita. Questo è il cuore pulsante di ogni serie, che si tratti di televisione o libro. La fine porta con sé il desiderio di sapere sempre di più, ogni piccolo dettaglio dietro alla storia che tanto ha incantato diventa importante. Il rischio sempre presente è quello di mortificare l’opera originale che non insegue dichiaratamente il gusto di un pubblico già ben definito e noto ma che si manifesta in una naturalezza che si perde sempre con ogni prequel o sequel. Nel caso della serie spin-off di Animali Fantastici, in particolare, sembra quasi che l’intento principale sia dare risposta a tutte le domande rimaste (direi necessariamente) insolute con la prima saga. Il risultato è che la trama risulta particolarmente articolata e intricata per soddisfare la richiesta di spettacolarità del cinema. A soffrirne è principalmente la costruzione di quel quadro minuziosamente organizzato e pensato che ha fatto di Harry Potter un fenomeno globale che non teme il passare del tempo. Un universo immaginario la cui forza è di averci fatto credere che reale e magico coesistano perfettamente, illudendoci che, da un momento all’altro, potremmo davvero ricevere la lettera per Hogwarts.

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