Un albergo per amarti

“E infine alla mia adorata nipote Morgana lascio in eredità il 50% della proprietà dell’albergo “Le lancette”, l’altra metà la lascio al figlio del mio amico e fidato commercialista Carlo, il sig. Alex. L’albergo è inattivo da molti anni, tuttavia non dovrà essere venduto, il primo dei due beneficiari che avanzerà formale istanza di vendita del bene dovrà versare all’altro l’intero ammontare del valore del bene”.
“Cosa?” Esclamammo in coro io e Alex.
“È assurdo Sig. Notaio” protestai io. “La prego ci deve essere un modo per non far accadere tutto questo”.
“Già Sig. Notaio” fece eco Alex “io con questa tipa non voglio avere in comune neanche mezzo spillo.”
“Mi chiamo Morgana, tipa sarà tua sorella” esclamai io cercando di scatenare una lite furibonda davanti al funzionario.
Io e Alex ci odiavamo da anni, non era possibile avere quel lascito in comune, prima il notaio se ne sarebbe reso conto e prima avrebbe trovato un modo per liberarci da quel peso.
“Mi spiace Signori non è possibile fare niente, se rinunciate all’eredità ciascuno di voi dovrà versare al sottoscritto una penale pari al doppio del valore del bene, importo che sarà interamente devoluto ad alcune associazioni filantropiche di cui il defunto era un attivo benefattore”.
“Al diavolo,” sbottò Alex “io non voglio avere niente in comune con questa, quanto potrà mai essere questa penale? L’albergo è un rudere ed io ho qualche risparmio, se non bastasse sono disposto a chiedere un prestito, tutto pur di non dover dividere niente con lei, anzi ho già sopportato la sua schifosa presenza fin troppo!”
A quelle parole voltai lo sguardo per non mostrare i miei occhi lucidi mentre il notaio pronunciava la cifra di 1 milione e 200 mila euro, secondo la stima fatta da un perito.
“È tutta colpa tua” mi urlò Alex “Tu… tu… al diavolo! Ti aspetto domani alle 10 davanti a quell’albergo e vedi di esserci o vengo a prenderti a casa, così decidiamo cosa fare di quel rudere.” Poi sbatté la porta e se andò con passo furioso.
“In che guaio mi ha cacciato il mio prozio?” piansi davanti al notaio.
“Mi spiace non so che dire” rispose lui.
Me ne andai ferita e depressa; la rabbia di Alex nei miei confronti era stata una pugnalata al cuore. Ci detestavamo da anni sì ma da piccolissimi eravamo stati
grandi amici. Poi un giorno lui venne da me e mi diede un calcio nella milza, mentre io piangevo a terra lui fu raggiunto da un gruppo di ragazzi e se ne andò senza parlarmi più.
Da quel giorno mi fece i peggiori scherzi per farmi piangere, ed io imparai a reagire a mia volta con offese e silenzi. Finii la quinta elementare e me ne andai da quella scuola, lui continuò lì io per molto tempo non lo vidi, ma quando un’estate tornai a trovare il mio prozio, ci incontrammo davanti alla porta del suo studio.
Lo riconobbi a mala pena, era sempre stato carino da piccolo ma da grande era bellissimo, alto, castano, capelli medio lunghi e i suoi soliti occhi marrone verdi, che però non erano più affettuosi. Il mio cuore iniziò a battere all’impazzata ed arrossii vedendolo, ma sperai che lui non se ne accorgesse, era bello sì, e mi piaceva quel che vedevo in quel momento, ma il modo in cui mi aveva ferito era imperdonabile, per colpa sua ero lo zimbello della classe, non glielo avrei mai e poi mai perdonato.
“Morgana!” mi salutò lui a malapena quando mi vide.
“Alex!” risposi rabbiosamente io, mentre il mio cuore galoppava a più non posso nel petto.
Il mio prozio mi raccontava di lui, di quanto fosse bravo e studioso ma io o stavo zitta o lo interrompevo parlando di altro.
Dicevo che era morto e sepolto che lo odiavo e detestavo, ma avevo ancora nel portafoglio una nostra foto insieme durante una gita…
Gli avevo voluto bene da piccola, era stato il mio amico speciale, il mio confidente, il mio tutto, forse dopo quel fugace incontro stava diventando il mio primo amore.
Non parlargli più fu una delle perdite più dolorose che dovetti affrontare.
Il giorno dopo ci trovammo puntuali davanti all’albergo, aprii l’enorme cancello; e con un timore che in lui non pensavo avrei mai visto, entrammo.
L’albergo era davvero intatto, con le torrette che si stagliavano verso il cielo in perfetto stato, sembrava guardare con tristezza lo scorrere del tempo.
“Magnifico” dissi io col cuore in gola.
“Già” rispose Alex con un tono di apparente calma che non gli udivo da tanto.
Procedemmo nel giardino abbandonato notando come il tempo non avesse però danneggiato il suo ordine e la sua bellezza, le rose erano potate e curate, l’erba tagliata.
“Anche se era in disuso la manutenzione la faceva sempre fare” disse Alex con lo sguardo perso all’orizzonte.
“Io non lo sapevo…” mormorai.
“Per forza non sai niente; sei sparita! Te ne sei andata via senza salutare. Non hai mai messo più piede qui per anni se non qualche estate e adesso torni qui e senza aver fatto niente ti ritrovi una parte dell’albergo e la cosa mi manda in bestia…” Urlò lui. “Non è giusto ok? Non è giusto! Ero io che falciavo il prato d’estate per permettermi due spiccioli in più per non chiedere sempre a mio padre! Ero io che aprivo per dare aria alle stanze… Io non tu. Tu dov’eri eh? Dove!”
“Via! Ero via. Via perché papà ha avuto un trasferimento e ha deciso senza dirmi niente. Mi sono trovata catapultata su una macchina senza poter dire niente e se non ti ho salutato è perché tu mi hai trattato malissimo per tutto l’anno scolastico. Mi hai fatto piangere tutti i giorni, ti eri messo con quei ragazzi che mi prendevano in giro, quelli da cui prima mi difendevi, ridevi con loro di me. Mi hai fatto scivolare nel cesso, tirato i capelli, fatto lo sgambetto dalla sedia, e detto che ero la bambina più brutta che avessi mai visto e che giocavi con me solo perché ti facevo pena, ma malgrado tutto questo, mi è dispiaciuto andarmene senza salutarti, visto che io ti volevo bene, sei contento adesso?”
“Entriamo…” disse lui serio.
Aprii anche questa porta, piano, Alex trovò l’interruttore senza intoppi, poi andò ad aprire uno dei pesanti scuri e lascia entrare la luce del sole.
L’albergo era intatto, nessun mobile rovinato e i possenti arredi in stile anni 20 la facevano ancora da padrone. I ritratti erano scuriti da una patina di polvere e di fumo, ma alcuni volti erano ancora ben visibili, quello della mia prozia in primis.
La stanza che ci ha accolto: il salone, aveva ancora il pianoforte aperto col telo verde sopra i tasti, i divani erano coperti dai cellophane i lampadari se ripuliti sarebbero potuti tornare a splendere e ad illuminare a giorno il salone, e sull’enorme tavolo rotondo una scatola fiorita con un coperchio.
“Cos’è?” chiesi ad Alex curiosa…
“Io non lo so, l’ultima volta che sono venuto qui non c’era, guardiamo dai.” E di nuovo un tono calmo, quasi dolce; mentre la sua mano gentilmente mi spingeva per la schiena verso il tavolo.
La sensazione di caldo al contatto con la mia pelle mi mise i brividi, e con passo lento e tremante mi avvicinai alla scatola.
“Al mio tre?” mi chiese lui quasi sorridendomi.
“Come sempre” risposi sorridendo.
“Uno, due e tre” dicemmo in coro ed insieme aprimmo la scatola.
Quello che trovammo al suo interno si rivelò un colpo al cuore.
La scatola era piena di nostre foto, mie e di Alexander, che giocavamo da bambini nel giardino dell’albergo.
“Noi? Qui?” chiesi io.
“Già, non ricordi?” chiese lui guardandomi negli occhi con una luce nuova che non gli avevo mai visto.
“Io credo di aver dimenticato per non soffrire. Erano i nostri momenti belli e non volevo ripensarli mentre tu eri cattivo con me” risposi io.
“Scusami, io mi sono lasciato condizionare da quei ragazzi. Io volevo qualche amico in più sai, non al nostro livello di amicizia ma qualcuno con cui giocare quando tu non c’eri e loro sono arrivati e mi hanno detto che con le bambine non si gioca, che si prendono solo in giro ed allora per essere accettato da loro ho iniziato a comportarmi come loro, ma soffrivo anche io mentre lo facevo e dentro di me ti volevo ancora bene, anzi, penso di non aver mai smesso…”.
“Anche io ti volevo bene, Alex, tantissimo”.
“E adesso? Me ne vuoi ancora un po’ o mi odi e basta?” chiede lui piantando i suoi occhi verde/marrone nei miei.
“Io… Io te ne voglio ancora Alex, non ho mai smesso e mai smetterò” risposi, consapevole che avrei potuti scottarmi, consapevole che da quel giorno davanti allo studio di mio zio il mio cuore batteva per lui, consapevole che in quel momento, lui avrebbe potuto ferirmi con solo una parola o un gesto.
Ed invece, non sento altro che le sue labbra calde sulle mie, mentre le sue braccia mi stringono forte.
“Resta” mi chiese “Risistemiamo questo posto, non scappare, riproviamo, diamoci una chance, non vendiamolo”.
E fui io a baciarlo stavolta. Perché Alex per me era ed è sempre stato questo, la mia casa, il mio migliore amico, il mio tutto. Il mio amore.

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