Una casa per Buddy

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In una notte ventosa di molto tempo tempo fa, la neve arrivò sul piccolo borgo di New Even proprio quando un figlio stava salutando il suo papà in partenza.

Al mattino, grossi fiocchi continuarono a scendere senza sosta ricoprendo tetti, strade e persone. Il ragazzo dei giornali non osò strillare le notizie del giorno per paura che gli si gelasse l’ugola. Con saggezza si limitò ad allungare la copia dell’Even Gazzette ai passanti che si stropicciavano le mani guantate finché l’odore zuccherino delle ciambelle non lo richiamò nel negozio di Mr. Weston. Il ragazzo lasciò i giornali incustoditi sui gradini dell’ingresso e qualcuno pensò che non sarebbe stato un gran danno prenderne uno in prestito per trovare quel che cercava. 

Cosa cercasse Jacob Wells non avrebbe saputo dirlo con esattezza.
Quel mattino si era svegliato con una domanda urgente: Come nascono i miracoli?
L’aveva chiesto alla madre mentre faceva colazione e lei aveva risposto: «Nessuno lo sa, Jake.»La risposta, ahimè, non lo aveva convinto ed era uscito per cercarne una più di suo gusto. Nascosto in un cappotto troppo grande per i suoi otto anni con una sciarpa troppo lunga avvolta al collo (Nonna Margaret gli confezionava la maggior parte dei vestiti e nel prendere le misure era particolarmente previdente) camminò per le vie della cittadina senza una meta precisa. Ogni strada era addobbata con ghirlande e bacche di agrifoglio tonde e rosse, pupazzi di neve spuntavano come i funghi in autunno nelle aiuole, ai bordi dei marciapiedi e sui davanzali delle finestre, le vetrine erano illuminate, colme di giochi e leccornie, ma quel che amava Jake era il profumo della cannella e dei fuochi accesi che riempiva l’aria.

Jake pensò a nonno James che trovava sempre le risposte sul giornale – in realtà suo nonno trovava più problemi che soluzioni sulle pagine stampate, ma questo Jake non lo sapeva – così quando vide i giornali abbandonati sui gradini credette in un segno del destino.
Col giornale sotto braccio si allontanò a passo svelto dal negozio di Mr. Weston, svoltò l’angolo e trovò riparo sotto un arco in pietra che portava a un viottolo tortuoso del borgo antico.

Tra tutte quelle parole difficili scritte fitte fitte Jake non trovò nulla che gli potesse spiegare come nasce un miracolo; un articolo però catturò la sua attenzione:

Il sogno distrutto di Mrs Willoby
Gli eredi chiuderanno il canile per vendere la proprietà della defunta […] se non troveranno una soluzione alternativa i cani verranno soppressi.”

Jake non conosceva il significato di sopprimere eppure quella parola gli si conficcò come una spina nel petto, quel suono subdolo e violento non prometteva nulla di buono.

Il campanile rintoccò dodici volte, doveva tornare a casa se non voleva essere punito.
Passò dal parco e si soffermò ad ammirare l’abete che giganteggiava al centro della piazza, acceso come un faro sotto il cielo bianco latte dalle sfumature cineree.
Il nuovo sindaco aveva chiesto ai suoi concittadini di confezionare delle decorazioni per l’albero di Natale. Tra i nastri d’argento e oro, che dalla cima ricadevano come cascatelle d’acqua fino alla base, c’erano sfere di vetro dipinte a mano dai ragazzi della scuola; c’erano omini di pan di zenzero, piccole bambole in stoffa e pendenti in legno ritraevano elfi, gnomi, slitte, renne, stelle e cavalli a dondolo tra le piccole luci bianche posizionate come lucciole in una notte d’estate.

Era davvero molto in ritardo! Ritrovò il ragazzo dei giornali fermo come un soldatino di legno con i giornali sotto braccio al posto del fucile e un grugno sul viso, gli consegnò il giornale sgualcito prima di correre verso casa non badando alle parole che lo seguirono per un po’.

La casa della famiglia Wells era diversa da quelle vicine, occupava un angolo in fondo alla via, circondata da un piccolo giardino recintato, spiccava per i muri con i mattoni a vista, il tetto a punta e il comignolo sbilenco; secondo il papà era la casa a pendere da un lato e il comignolo dritto, la madre ribatteva che era una questione di punti di vista. Dopo anni era ancora in piedi e solo questo importava ai Wells.

Jake superò il cancelletto e raggiunse le scale, ruzzolò all’indietro cadendo con un sonoro tonfo a terra. Era inciampato su qualcosa che immediatamente dopo gli appoggiò due zampe bagnate sulle gambe. Sembrava felice, pur essendo bagnato e tremante.
Jake prese il cucciolo scodinzolante in braccio, non aveva un collare e nessuno lo stava cercando.
Si guardarono. Quel cucciolo entrò nella vita del bambino dalla porta principale e Jake lo chiamò Buddy.

«ASSOLUTAMENTE NO, JAKE!» sbraitò la madre poco dopo «Ma cosa ti salta in testa? Non c’è nemmeno tuo padre, te ne sei accorto? Sarebbe qui…» prese fiato, «Sarebbe qui per Natale se potessimo permetterci di sfamare un’altra bocca.»

Buddy lappava il latte dalla ciotola per i cereali di Jake.

«Mamma, dove potrebbe andare?»

«Lo porterai al canile e loro sapranno cosa fare» rispose la madre.

«Ma non hai letto sul giornale? Buddy lo reprimeranno!» disse Jake alzandosi dalla sedia mentre Buddy alzava la testa dal suo tozzo di pane secco per guardarlo.

«Chiusa la discussione.»

«Dammi un solo giorno e, se non troverò nessuno che lo voglia adottare, lo porterò al canile.»

Jake riuscì così a strapparle il permesso di tenerlo, e la sua promessa gli si accomodò al centro del petto come un macigno.
Quella notte, Jake – al contrario di Buddy – ebbe difficoltà ad addormentarsi. Nel silenzio udì un soffio leggero, poco dopo un altro. Era il respiro di Buddy e lui pensò che avrebbe voluto addormentarsi ogni sera così.

Il giorno dopo Jake e Buddy uscirono alla ricerca di un potenziale padrone, nessuno però sembrava adatto quanto Jake per il suo nuovo amico. Il tempo passò e Jake sapeva che non poteva tornare a casa con Buddy o lo avrebbero portato al canile.
Era rimasto un ultimo atto disperato. Doveva tentare: avrebbe bussato alla porta del solitario e burbero Mr Payne.

Mr Payne era un ricco proprietario terriero che amava dire, nelle rare conversazioni che lo vedevano coinvolto, che la miglior compagnia di cui potesse godere era se stesso. Una tragedia gli aveva portato via moglie e figlia in un solo giorno tanti anni prima e lui aveva escluso il resto del mondo dalla sua vita. L’unica persona che poteva dire di conoscerlo era Fill Cunningham, il suo tuttofare, che viveva nella casa del guardiano. Un uomo che, come Mr Payne, non aveva una famiglia da cui tornare.

In città Fill soleva dire: «Povero Mr. Payne» e, scuotendo la testa dopo essersi tolto il cappello, aggiungeva «Vive arroccato lassù tra quelle mura come fosse un museo. Nulla può essere toccato, nulla cambiato.»

Jake seguì il sentiero su per la collina verso la tenuta solitaria, vide tracce di pneumatici sulla neve fresca e dubitò che lo avrebbe trovato a casa, ma continuò a camminare costeggiando il muro a protezione della proprietà fino all’ingresso principale. Un alto cancello nero dalle guglie appuntite e ricoperte di neve come una minacciosa catena montuosa in miniatura si stagliò davanti al bambino. Un cartello avvertiva i visitatori che all’interno c’era qualcuno pronto a sparare a vista su chiunque fosse entrato senza invito. Jake deglutì indietreggiando di un paio di passi come se questo potesse metterlo in salvo da proiettili vaganti. Espirava nuvole di vapore che Buddy cercava di prendere con la zampa e aspettò finché qualcuno non si palesò.

Fill uscì per controllare la macchina e aprire il cancello. Jake superò il cancello e si nascose dietro un arbusto vicino per prendere tempo e decidere cosa fare. La porta d’ingresso era aperta e  poco dopo ne uscì un uomo coperto da capo a piedi che però Jake riconobbe come il medico del paese, il dottor Cooper, seguito da un Mr. Payne in vestaglia con una pipa in mano e le spalle ricurve, come se dovesse portare tutto il peso del mondo.

«Non c’è motivo di preoccuparsi fino all’esito degli esami Charles, sono solo ipotesi.» disse Mr Cooper con una pacca amichevole sulla spalla cadente di Mr. Payne.

«Ipotesi fatte sulla mia pelle, William. Ci vorrebbe un miracolo» rispose Mr. Payne tirando una profonda boccata dalla pipa.

«Andrà tutto bene. Buon Natale, Charles» si congedò il medico raggiungendo la macchina in cui Fill lo aspettava.

Mr. Payne si limitò ad annuire e attese che la macchina sparisse alla vista. La stessa idea la ebbe Jake, aspettare, ma Buddy fu di diverso avviso e balzò fuori dal nascondiglio per acciuffare un uccellino, che però fu più veloce di lui. Jake inseguì Buddy e quando lo riacciuffò si trovò sotto il naso adunco e sottile del signor Payne. Ogni ruga di quel viso emaciato si contrasse in un’espressione di estremo disappunto.

«Temo dovervi invitare a lasciare la mia proprietà, ADESSO» tuonò il proprietario di casa.

«Salve Mr. Payne, signore, sono Jake ehm Jacob» sospirò per calmarsi e proseguì «Jacob Wells e lui è Buddy, mi dia un minuto per favore.»

«Il primo di quelli che mi restano. Troppo, direi» e così detto entrò in casa sbattendo la porta. Il batacchio continuò a oscillare come a voler chiedere scusa per il comportamento del suo padrone.

Jake allora parlò attraverso la porta, sperando che ci fosse qualcuno in ascolto dall’altra parte. Raccontò le sue ultime ventiquattro ore, quanto amasse Buddy e le sorti del canile. Silenzio.
Chiese la stessa cortesia che aveva chiesto alla madre, con la stessa promessa di portarlo via di lì il giorno dopo.
La porta si aprì quel tanto che bastava a far uscire un po’ di oscurità e il naso di Mr. Payne.

«Perché dovrei farlo?» chiese al piccolo intruso.

«Perché nessuno dovrebbe essere solo a Natale» rispose Jake.

Per la seconda volta Jake riuscì a ottenere un posto caldo per Buddy in cui trascorrere la notte. Per la seconda volta pensò ad una soluzione e si ritrovò con più dubbi che risposte.

La vigilia di Natale arrivò sotto un cielo limpido come un lago ghiacciato capovolto, Jake tornò in strada alla ricerca di un padrone per Buddy e, come il giorno prima, non trovò nessuno disposto o adatto a prendersi cura del suo amico.
Andò da Mr Payne e vide la macchina in partenza fuori dal cancello.
Fill lo salutò con un cenno del capo e andò a chiudere i lucchetti. Jake si avvicinò al finestrino e Buddy balzò per salutarlo festante.

«Salve Mr. Payne, dove sta andando?»

«Hai trovato qualcuno per Buddy?» ribatté Mr Payne.

«No, signore» rispose avvilito Jake. Aveva finito le parole e quelle che avrebbe potuto dire gli restarono incastrate sotto il macigno della promessa.

Fill risalì al posto di guida.

«Al canile, Fill» ordinò Mr. Payne.

«Posso venire con lei?» chiese Jake prendendo posto accanto a Mr. Payne senza attendere la risposta.

Jake sentì di aver tradito la fiducia del suo piccolo amico. Non aveva fatto abbastanza per lui, aveva giudicato inadatte le poche persone disposte ad adottarlo solo perché avrebbe voluto tenerlo con sé. Era stato egoista e adesso Buddy ne avrebbe pagato le conseguenze. 
Per tutto il viaggio Buddy giocò con Jake sotto lo sguardo di un adulto indifferente. L’ombra affusolata di Mr Payne si stagliava sui due amici come una condanna. Jake coccolò Buddy per quel momento e per i momenti futuri, non voleva fargli capire che di lì a poco avrebbero dovuto dirsi addio.

Al canile furono accolti dai latrati dei residenti dietro la griglia di ferro e dal sorriso tirato di una signora che con un urlo provava a zittire i cani. Non era rimasto niente delle cure amorevoli della signora Willoby. 
La neve mista a fango attentava alle gambe dei visitatori e i cani erano inzaccherati fino alla punta delle orecchie. Tutti loro, inconsapevoli dell’infausto destino che li attendeva, si accalcavano verso Jake in cerca di attenzioni. Jake strinse a sé Buddy, ma la signora, dalle fattezze di un armadio, glielo strappò dalle mani senza alcuna compassione e incurante dei guaiti di Buddy, che invece riempivano le orecchie di Jake, continuò a parlare con Mr. Payne.

«La prego, me lo faccia salutare» chiese Jake allungando le braccia verso Buddy che provava a divincolarsi dalla presa.

«Credimi, è meglio così piccolo» rispose la donna prima di andar via con Buddy che abbaiava e guaiva in toni sempre più acuti.

Mr. Payne fece cenno a Jake di seguirlo verso la macchina soddisfatto per essersi tolto da quell’impiccio. In lontananza Buddy che richiamava ancora il suo amico.
Jake si arrestò, ormai gonfio di tristezza: «È vero quel che si dice su di lei!» urlò con le lacrime che non riusciva più a trattenere «Pensavo che potesse fare un piccolo miracolo e invece non può! Non ne è capace perché non ha un cuore!»
Jake superò la macchina ferma, in attesa che salisse Mr Payne, e corse verso casa . Tutte quelle luci e quelle decorazioni che gli avevano sempre dato gioia adesso non erano altro che cose. Anche il profumo della cannella e dei fuochi accesi non c’era più. Per la prima volta vide nella neve se stesso come un immenso manto di solitudine e attesa.

La casa in mattoni che sbuffava dal comignolo sbilenco, pareva essersi accasciata sulle propria fondamenta per quel Natale che di magico non aveva più nulla. Jake rifiutò la cena fingendo un mal di testa e lasciò i suoi genitori parlare al telefono rifugiandosi nella sua camera sotto il tetto. Si stese sul letto ancora vestito, pensando a Buddy impaurito e solo in quel posto ormai dimenticato e morente senza nemmeno sapere perché non poteva più stare con Jake. E si addormentò sfinito.

Arrivò la mattina di Natale e come ogni anno la mamma lo svegliò con la colazione più golosa e ricca dell’anno ma Jake la assaggiò appena. 
Sotto l’albero trovò un regalo: il treno in legno, dipinto a mano, definito fin nei minimi particolari, un modello in scala identico all’originale. Aveva anche le ruote mobili. Jake non avrebbe potuto chiedere giocattolo migliore, eppure non riuscì a esser felice.

«Devo uscire, non starò via a lungo, mamma» disse Jake scendendo di corsa le scale con un vecchio peluche in mano.

«Ma è Natale Jake! Dove vuoi andare?»

«Ho dimenticato una cosa» disse, infilandosi il secondo stivale per poi aggrapparsi all’appendiabiti e recuperare cappello e sciarpa che sistemò quando era già fuori casa per la via del canile. Il peluche era per Buddy. Voleva fargli sapere che non l’aveva abbandonato, che non l’avrebbe mai dimenticato.
Al suo arrivo nessun latrato. Non un solo cane dietro la recinzione. Erano rimaste solo bozze delle impronte catturate nella neve impiastricciata di fango vicino a piccole pozze d’acqua. Tre uomini nerboruti stavano caricando degli scatoloni su un furgone. Quel posto in poche ore era diventato il fantasma di se stesso con ancora i ricordi ad aggirarsi come ombre per non aver avuto il tempo di essere assorbiti.

«Mi scusi signore, dove sono tutti i cani?» chiese Jake all’uomo che stava sistemando uno scatolone sigillato sul retro del furgone in modo da non farlo cadere.

«Li hanno portati via stamattina presto. Ora spostati, lasciaci lavorare ragazzo.»

Jake si tolse il berretto lasciando scoperti i folti capelli ritti in testa e tornò a casa col suo peluche, pronto per una punizione.

«Vai a riordinare la tua camera Jake, sembra una giungla» lo rimbrottò la mamma appena entrato.

Jake non si oppose e salì in camera sua. Aprì la porta col cuore gonfio di tristezza e lasciò cadere il peluche sulla soglia.
«Sorpresa!» esclamò il papà seduto sul letto. Dalle sue braccia spuntò Buddy che si unì all’abbraccio di Jake col padre. La mamma sul ciglio della porta li guardava.
Jake non era stato mai così felice, prese Buddy per non lasciarlo andare via mai più e gli diede il suo peluche come regalo di Natale.
«Grazie mamma» disse abbracciando anche lei mentre Buddy strattonava il suo nuovo giocattolo come se ne valesse della vita stessa.
Fu il padre a interrompere quel momento perfetto. «Andiamo, ci aspettano per pranzo» annunciò scendendo le scale.
«Chi?» chiese Jake già pronto a chiedere se Buddy potesse andare con loro, ovunque fossero diretti.
«Oh, lo scoprirai presto» disse la mamma sorridente. 
Guardando la sua famiglia in quella loro piccola dimora e il nuovo arrivato, Jake si sentì completo. Andò a prendere il suo nuovo giocattolo che adesso trovava stupendo, e lo infilò in tasca. Col trenino e Buddy poteva andare verso qualunque avventura.
In strada ad aspettarli c’era Fill con la macchina del signor Payne. Alcuni vicini si erano affacciati curiosi e la famiglia Wells montò in macchina con due cesti di vivande da portare al padrone di casa.

Arrivarono nella tenuta, questa volta come ospiti graditi, Fill fece loro strada per raggiungere il giardino sul retro dove ad attenderli c’era un Mr. Payne vestito di tutto punto con accanto un labrador appesantito dagli anni, quasi addormentato.
«Ben arrivati, venite pure» disse loro fumando la pipa. Jake si avvicinò per scoprire che l’odore della pipa era insopportabile, ma vide anche altro: nel giardino fino al limitar del boschetto c’erano tutti i cani del canile. Erano liberi e Mr Payne con un fugace sorriso spiegò che avrebbe provveduto a far costruire delle cucce degne di essere chiamate tali. Jake non sapeva ancora spiegarsi come nascono i miracoli ma era sicuro di riconoscerne uno, e quello era un miracolo.
«Tuo padre mi ha garantito la tua collaborazione» gli disse Mr Payne facendo strada per entrare in casa.
«Certamente Signore!» rispose Jake, scoprendo di avere molta fame mentre seguiva Mr Payne con i suoi genitori.
«Ottimo. Pensiamo al Natale adesso, ci aspetta tanto lavoro signorino.»

Jake tagliò la strada a Mr Payne nel corridoio che portava alla sala da pranzo e lo abbracciò: «Buon Natale Mr. Payne» disse affondando il suo viso nel maglione dell’uomo.
Mr. Payne si irrigidì come se fosse stato colpito da un secchio d’acqua ghiacciata. Jake si sciolse dall’abbraccio e Mr Payne gli accarezzò la testa annuendo: «Buon Natale anche a te, Jake.»

E tutto finì così a New Even, in quella grande casa che non sentiva il calore umano da anni, ma Mr. Payne aveva un’ultima cosa da dire a Jake: «Fammi il favore di pettinare quei capelli la prossima volta, ragazzo.»
E tutti scoppiarono in una fragorosa risata. 

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