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Alice nel Paese delle Meraviglie

In origine si trattava di un semplice racconto inventato per distrarre le tre piccole Liddel durante una gita estiva ma le 160.000 copie vendute della prima edizione illustrata da John Tenniel fanno immediatamente capire il futuro di quella fantasia estemporanea. Una storia iniziata più di 150 anni fa e che ancora non accenna ad avere una fine. L’opera di Lewis Carroll è, infatti, una delle più riscritte per lo schermo, spesso in una fusione dei personaggi e delle situazioni dei due libri. Non solo Alice, infatti, viene resa protagonista di quasi 40 versioni tra film, musical, serie tv, manga (e addirittura un porno) ma è anche substrato della più varia cultura letteraria e musicale dell’ultimo secolo. Proposta come letteratura per bambini in realtà si tratta di un’opera molto complessa e articolata basata sulla mutevolezza del linguaggio.

L’opera di Carroll, in questo senso, spiega perfettamente la teoria sulla metasemantica di Fosco Maraini (autore de Il Lonfo, poesia che dovreste assolutamente leggere) secondo cui non sono le parole in se stesse a comunicare. Anche in presenza di parole del tutto inventate il significato, infatti, rimane completamente comprensibile se utilizzate secondo le regole semantiche della lingua in questione. In questo senso la poesia nonsense Jabberwocky di Alice attraverso le specchio e quel che Alice vi trovò, pur non avendo un vero e proprio senso linguistico e logico, non perde la propria sostanza comunicativa.

Era cerfuoso e i viviscidi tuoppi

ghiarivan foracchiando nel pedano:

stavan tutti mifri i vilosnuoppi

mentre squoltian i momi radi invano

La particolarità dell’opera di Carroll risiede nell’utilizzo di modi di dire, proverbi e giochi matematici nella costruzione dei dialoghi. Quelli proposti non sono semplici costruzioni in stile nonsense ma paradossi, cardini della cultura filosofica. Proprio questo rende quasi impossibile una traduzione (e pensate che è stato tradotto in oltre 50 lingue!) fedele al testo originale così profondamente legato alla cultura della lingua di origine. Il famoso indovinello del Cappellaio Matto, ad esempio, pensato originariamente per non avere una soluzione viene spiegato solo successivamente dall’autore stesso per appagare la curiosità dei suoi lettori.

Why is a raven like a writing desk? – Perchè un corvo è simile a una scrivania?

Carroll in una nota spiega che:

it produce a few notes, though they are very flat; and it is nevar put with the wrong end in front!”

In italiano potremmo dire che sia perché entrambi sono capaci di riprodurre note – musicali quelle del corvo e scritte quelle della scrivania. L’aggettivo “flat” (piatto) fa invece riferimento alla nota bemolle (in inglese “flat note”, appunto) e alla carta su cui si scrivono gli appunti. Infine nessuno metterebbe mai una scrivania e un corvo al contrario!

La disgrafia “never” scritta come “nevar” potrebbe far pensare a un refuso determinato dal modo in cui si pronuncia la parola. In inglese, infatti, questo tipo di errore è piuttosto comune (ecco il perché delle gare di spelling in tutti i film e serie tv!). In questo caso, però, in linea con il grado di educazione ricevuta dall’autore e con la natura dell’opera carrolliana, è più plausibile che si tratti dell’acronimo di “raven” (corvo).

Il Paese delle meraviglie è un mondo in cui sembra che nessuna legge trovi applicazione. Nella sua dimensione onirica, in cui tutto è possibile e ogni cosa viene accolta per quello che è, non esistono la fisica, né tantomeno la logica linguistica. Le parole, non più utilizzate per spiegare concetti concreti, si plasmano fino a diventare meri elementi di equazioni matematiche.

Quando io uso una parola” disse Humpty Dumpty, in tono non privo di disprezzo, “la parola significa quello che io voglio farle significare, nè più nè meno.”

Attraversando lo specchio, Alice si trova in un mondo del tutto al contrario ma anche in questo la logica non viene stravolta. È noto a tutti che, guardandosi allo specchio, tutto appare al rovescio. Quindi perché dovremmo pensare che, potendo entrarvi, quel mondo non sia realmente così?

Quello in cui finisce Alice è solo apparentemente un mondo regolato dal caos. La logica e le altre leggi naturali del Paese delle meraviglie sono incoerenti semplicemente perché le valutiamo in base a quelle del mondo che noi conosciamo. Alice, però, attraverso il suo viaggio ci insegna che:

Se viceversa così fosse, potrebbe essere; e se così non fosse, sarebbe; ma dato che non è, non si dà.

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Il fascino di Harry Potter

Sarebbe irrealistico pensare di poter raccontare cosa sia la saga di Harry Potter in un semplice post. Una recensione della trama o un giudizio sui personaggi sarebbe semplicemente la ripetizione di quanto già detto e scritto da altri. La verità, però, è che il suo fascino non ha mai smesso mai di incantare, nonostante siano passati più di vent’anni da quando Salani ha deciso di pubblicare Harry Potter e la pietra filosofale in Italia.

Ci vuole molto coraggio per resistere ai nostri nemici, ma anche per resistere ai nostri amici.

Tutti quelli che hanno amato questa saga, con l’uscita di Harry Potter e i doni della morte hanno ben chiaro il ricordo di cosa significasse poter mettere al proprio posto quell’ultima tessera di un puzzle che si sperava quasi fosse infinito ma di cui, allo stesso tempo, si voleva conoscere il finale. Quell’ultimo libro significava veder chiudere un cerchio durato 10 anni ma anche l’inesorabile vuoto che leggere l’ultima pagina avrebbe portato. Sarebbe arrivata la fatidica domanda che sorge spontanea ogni volta che si sta leggendo IL libro: “e adesso…?”. Perché se è vero che fin dalla prima pagina si ha la consapevolezza che si tratti di finzione, è inevitabile sentirsi parte di un qualcosa che va oltre le pagine di carta.

Abbiamo tutti luce e oscurità dentro di noi. Ciò che conta è la parte con cui sceglieremo di agire. Ecco chi siamo veramente.

La chiave per capire questa sensazione si riesce a capire solo oggi che il fenomeno di Harry Potter è stra-noto a tutti e ogni segreto (forse) è stato svelato. La differenza con le altre saghe di successo è che in questa si percepisce il disegno dell’autrice, che non viene definito di libro in libro ma che le era già chiaro fin dall’inizio. Ogni dettaglio porta a qualcosa di più grande, se pur visibile al lettore solo alla fine. Nelle altre saghe, per quanto ben scritte, si sente la mancanza di una programmazione così minuziosa. In queste ultime spesso si trovano dettagli che servono a dare alla storia una certa direzione ma di cui si potrebbe fare a meno per l’architettura complessiva dell’opera.

La traduzione italiana ha risentito proprio del fatto che il quadro generale rimanesse sconosciuto al lettore, e quindi al traduttore. Nessuno poteva immaginare che anche nella scelta dei nomi ci fosse un significato nascosto. È per questo che il nome Albus Silente stona del tutto con un personaggio che è tutt’altro che “silenzioso” e che l’autrice, infatti, ha dichiarato aver immaginato come “sempre in movimento, che mormora continuamente tra sé e sé” e che quindi si allaccia al suo originale nome di Dumbledore (che rimanda all’antico nome inglese del calabrone, bumblebee). Che dire anche di Neville Paciock, se questo nome può essere giusto per il ragazzino timido dei primi libri è totalmente in disarmonia con l’eroe che diventerà negli anni. La traduzione italiana ha risentito anche della natura stessa dell’opera. Se infatti il primo libro viene recepito come letteratura per l’infanzia, fin dal secondo volume ci si rende conto che si tratta di ben altro. Negli anni trascorsi a Hogwarts non sono solo i personaggi a crescere ma l’intero impianto narrativo che matura con loro.

La Rowling non ha solo creato personaggi di una storia, ogni elemento è talmente dettagliato che non si può evitare di sentirsi parte di quel mondo. Un mondo pensato e descritto in ogni sua sfumatura più piccola, tanto da sembrare reale. Chi, leggendo i sette libri, non è riuscito a percepire il gusto delle caramelle tutti i gusti più uno, l’odore della Passaporta a casa Wesley, il rumore della folla alla coppa di Quidditch?!

È proprio la voglia di essere parte di questo universo che ha portato alla nascita di altri grandi successi. Da una parte il futuro messo in scena a teatro con Harry Potter e la maledizione del bambino – visto anche sugli scaffali delle librerie italiane dal 2016. Dall’altra, il passato raccontato da Animali fantastici e dove trovarli, uscito nelle sale italiane nello stesso anno ma che riprende il titolo di un libro del 2001. Anche in questo caso attraverso quel libriccino, una “guida” di tutti gli animali e le creature del magico universo, il mondo di Harry Potter acquisisce contorni sempre più realistici. Nessuno leggerebbe una vera e propria enciclopedia di cose che non esistono, o no?

Le parole sono, per la mia opinione non tanto umile, la nostra fonte di magia più inesauribile, capace sia di ferire che di curare.

In ogni caso il successo è garantito proprio dal desiderio di immortalità che ogni fan desidera per la propria saga preferita. Questo è il cuore pulsante di ogni serie, che si tratti di televisione o libro. La fine porta con sé il desiderio di sapere sempre di più, ogni piccolo dettaglio dietro alla storia che tanto ha incantato diventa importante. Il rischio sempre presente è quello di mortificare l’opera originale che non insegue dichiaratamente il gusto di un pubblico già ben definito e noto ma che si manifesta in una naturalezza che si perde sempre con ogni prequel o sequel. Nel caso della serie spin-off di Animali Fantastici, in particolare, sembra quasi che l’intento principale sia dare risposta a tutte le domande rimaste (direi necessariamente) insolute con la prima saga. Il risultato è che la trama risulta particolarmente articolata e intricata per soddisfare la richiesta di spettacolarità del cinema. A soffrirne è principalmente la costruzione di quel quadro minuziosamente organizzato e pensato che ha fatto di Harry Potter un fenomeno globale che non teme il passare del tempo. Un universo immaginario la cui forza è di averci fatto credere che reale e magico coesistano perfettamente, illudendoci che, da un momento all’altro, potremmo davvero ricevere la lettera per Hogwarts.

Giri di bozze: in cosa consistono?

La correzione bozze è una revisione formale del testo, ha lo scopo di individuare gli errori che sono sfuggiti precedentemente (lessicali, di battitura, grammaticali…). Ad occuparsene è il redattore editoriale o editor. 

Giri di bozze
Sono le varie fasi (solitamente almeno due) in cui un libro viene letto e verificato in ogni sua parte. Si concludono con il fatidico “visto si stampi” dell’autore.

Primo giro di bozze: l’editor
Dopo la lettura e la correzione della prima bozza, l’editor segnala all’autore errori, dubbi e proposte. 

Primo giro di bozze: l’autore
L’autore si confronta con le segnalazioni dell’editor e decide se accettare o rifiutare le correzioni proposte.

Secondo giro di bozze: l’editor
Oltre ad individuare ulteriori refusi sfuggiti alla prima correzione, in questa fase si controlla anche che tutte le correzioni segnalate in prima bozza siano state inserite. 

Visto si stampi
La seconda bozza viene consegnata all’autore per la sua verifica finale. Una volta accertato che tutto sia in ordine si procede con il “Visto si stampi” ovvero l’autorizzazione dell’autore alla pubblicazione del libro. 

Come inviare il tuo dattiloscritto a un editore

Il tuo dattiloscritto è pronto e vorresti mandarlo a un editore ma non sai sa dove iniziare? Ecco alcuni consigli su come farlo al meglio!

Conosci il tuo lavoro
Prima di mandare il tuo testo a un editore devi essere in grado di raccontare brevemente di cosa si tratta, individuarne il genere e il lettore tipo. Ti servirà nella scelta dell’editore a cui proporti.

La lista degli editori 
Devi sapere il più possibile sull’editore a cui stai inviando il testo. Studia i cataloghi editoriali delle case editrici e scegline una (o più) in linea con il genere del tuo dattiloscritto e che si rivolge al tuo lettore ideale.

Invio spontaneo
Verifica che l’editore che hai selezionato accetti i dattiloscritti inviati spontaneamente dagli autori. Le case editrici più grandi solitamente si rivolgono a degli intermediari che si occupano di ricercare i testi adatti alla loro linea editoriale. Sarebbe controproducente inviare il tuo dattiloscritto a un editore che non prende in considerazione gli invii spontanei. 

La mail di presentazione
Sembra banale, ma la mail con cui ti presenti è fondamentale. Sii breve, preciso e sincero. Controlla sempre che non ci siano refusi, e che la tua mail sia indirizzata alla persona giusta della redazione. 

Cosa scrivere nella mail di presentazione
Oggetto: Proposta editoriale, “titolo”, Nome Cognome

Corpo della mail:
_ Presentati brevemente. 
_ Spiega in poche righe perché vorresti pubblicare proprio con quella casa editrice, in questo modo dimostrerai di conoscere la realtà alla quale stai scrivendo.  
_ Proponi la tua storia con una frase. 
_ Inserisci i tuoi contatti (e-mail e telefono)
_ Saluti

Invia il materiale richiesto
Ogni editore ha delle regole precise sull’invio del materiale da valutare. Invia solo quanto richiesto (dattiloscritto, sinossi, biografia, contatti…) e nel formato richiesto (cartaceo, digitale).  

Il documento
Il testo del dattiloscritto deve essere leggibile: formato A4, corpo testo 12, font leggibili (arial, times, adobe garamond), testo giustificato, numeri di pagina, interlinea 1,5, margini ampi

Gli errori più comuni
_ Inviare a tappeto il dattiloscritto a tutte le case editrici 
_ Inviare la mail a più destinatari (occhio soprattutto ai destinatari in copia nascosta, che non sono poi così “nascosti”)
_ Inserire tra il materiale inviato i ringraziamenti per la pubblicazione
_ Inviare un’immagine per la copertina 

Una casa per Buddy

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In una notte ventosa di molto tempo tempo fa, la neve arrivò sul piccolo borgo di New Even proprio quando un figlio stava salutando il suo papà in partenza.

Al mattino, grossi fiocchi continuarono a scendere senza sosta ricoprendo tetti, strade e persone. Il ragazzo dei giornali non osò strillare le notizie del giorno per paura che gli si gelasse l’ugola. Con saggezza si limitò ad allungare la copia dell’Even Gazzette ai passanti che si stropicciavano le mani guantate finché l’odore zuccherino delle ciambelle non lo richiamò nel negozio di Mr. Weston. Il ragazzo lasciò i giornali incustoditi sui gradini dell’ingresso e qualcuno pensò che non sarebbe stato un gran danno prenderne uno in prestito per trovare quel che cercava. 

Cosa cercasse Jacob Wells non avrebbe saputo dirlo con esattezza.
Quel mattino si era svegliato con una domanda urgente: Come nascono i miracoli?
L’aveva chiesto alla madre mentre faceva colazione e lei aveva risposto: «Nessuno lo sa, Jake.»La risposta, ahimè, non lo aveva convinto ed era uscito per cercarne una più di suo gusto. Nascosto in un cappotto troppo grande per i suoi otto anni con una sciarpa troppo lunga avvolta al collo (Nonna Margaret gli confezionava la maggior parte dei vestiti e nel prendere le misure era particolarmente previdente) camminò per le vie della cittadina senza una meta precisa. Ogni strada era addobbata con ghirlande e bacche di agrifoglio tonde e rosse, pupazzi di neve spuntavano come i funghi in autunno nelle aiuole, ai bordi dei marciapiedi e sui davanzali delle finestre, le vetrine erano illuminate, colme di giochi e leccornie, ma quel che amava Jake era il profumo della cannella e dei fuochi accesi che riempiva l’aria.

Jake pensò a nonno James che trovava sempre le risposte sul giornale – in realtà suo nonno trovava più problemi che soluzioni sulle pagine stampate, ma questo Jake non lo sapeva – così quando vide i giornali abbandonati sui gradini credette in un segno del destino.
Col giornale sotto braccio si allontanò a passo svelto dal negozio di Mr. Weston, svoltò l’angolo e trovò riparo sotto un arco in pietra che portava a un viottolo tortuoso del borgo antico.

Tra tutte quelle parole difficili scritte fitte fitte Jake non trovò nulla che gli potesse spiegare come nasce un miracolo; un articolo però catturò la sua attenzione:

Il sogno distrutto di Mrs Willoby
Gli eredi chiuderanno il canile per vendere la proprietà della defunta […] se non troveranno una soluzione alternativa i cani verranno soppressi.”

Jake non conosceva il significato di sopprimere eppure quella parola gli si conficcò come una spina nel petto, quel suono subdolo e violento non prometteva nulla di buono.

Il campanile rintoccò dodici volte, doveva tornare a casa se non voleva essere punito.
Passò dal parco e si soffermò ad ammirare l’abete che giganteggiava al centro della piazza, acceso come un faro sotto il cielo bianco latte dalle sfumature cineree.
Il nuovo sindaco aveva chiesto ai suoi concittadini di confezionare delle decorazioni per l’albero di Natale. Tra i nastri d’argento e oro, che dalla cima ricadevano come cascatelle d’acqua fino alla base, c’erano sfere di vetro dipinte a mano dai ragazzi della scuola; c’erano omini di pan di zenzero, piccole bambole in stoffa e pendenti in legno ritraevano elfi, gnomi, slitte, renne, stelle e cavalli a dondolo tra le piccole luci bianche posizionate come lucciole in una notte d’estate.

Era davvero molto in ritardo! Ritrovò il ragazzo dei giornali fermo come un soldatino di legno con i giornali sotto braccio al posto del fucile e un grugno sul viso, gli consegnò il giornale sgualcito prima di correre verso casa non badando alle parole che lo seguirono per un po’.

La casa della famiglia Wells era diversa da quelle vicine, occupava un angolo in fondo alla via, circondata da un piccolo giardino recintato, spiccava per i muri con i mattoni a vista, il tetto a punta e il comignolo sbilenco; secondo il papà era la casa a pendere da un lato e il comignolo dritto, la madre ribatteva che era una questione di punti di vista. Dopo anni era ancora in piedi e solo questo importava ai Wells.

Jake superò il cancelletto e raggiunse le scale, ruzzolò all’indietro cadendo con un sonoro tonfo a terra. Era inciampato su qualcosa che immediatamente dopo gli appoggiò due zampe bagnate sulle gambe. Sembrava felice, pur essendo bagnato e tremante.
Jake prese il cucciolo scodinzolante in braccio, non aveva un collare e nessuno lo stava cercando.
Si guardarono. Quel cucciolo entrò nella vita del bambino dalla porta principale e Jake lo chiamò Buddy.

«ASSOLUTAMENTE NO, JAKE!» sbraitò la madre poco dopo «Ma cosa ti salta in testa? Non c’è nemmeno tuo padre, te ne sei accorto? Sarebbe qui…» prese fiato, «Sarebbe qui per Natale se potessimo permetterci di sfamare un’altra bocca.»

Buddy lappava il latte dalla ciotola per i cereali di Jake.

«Mamma, dove potrebbe andare?»

«Lo porterai al canile e loro sapranno cosa fare» rispose la madre.

«Ma non hai letto sul giornale? Buddy lo reprimeranno!» disse Jake alzandosi dalla sedia mentre Buddy alzava la testa dal suo tozzo di pane secco per guardarlo.

«Chiusa la discussione.»

«Dammi un solo giorno e, se non troverò nessuno che lo voglia adottare, lo porterò al canile.»

Jake riuscì così a strapparle il permesso di tenerlo, e la sua promessa gli si accomodò al centro del petto come un macigno.
Quella notte, Jake – al contrario di Buddy – ebbe difficoltà ad addormentarsi. Nel silenzio udì un soffio leggero, poco dopo un altro. Era il respiro di Buddy e lui pensò che avrebbe voluto addormentarsi ogni sera così.

Il giorno dopo Jake e Buddy uscirono alla ricerca di un potenziale padrone, nessuno però sembrava adatto quanto Jake per il suo nuovo amico. Il tempo passò e Jake sapeva che non poteva tornare a casa con Buddy o lo avrebbero portato al canile.
Era rimasto un ultimo atto disperato. Doveva tentare: avrebbe bussato alla porta del solitario e burbero Mr Payne.

Mr Payne era un ricco proprietario terriero che amava dire, nelle rare conversazioni che lo vedevano coinvolto, che la miglior compagnia di cui potesse godere era se stesso. Una tragedia gli aveva portato via moglie e figlia in un solo giorno tanti anni prima e lui aveva escluso il resto del mondo dalla sua vita. L’unica persona che poteva dire di conoscerlo era Fill Cunningham, il suo tuttofare, che viveva nella casa del guardiano. Un uomo che, come Mr Payne, non aveva una famiglia da cui tornare.

In città Fill soleva dire: «Povero Mr. Payne» e, scuotendo la testa dopo essersi tolto il cappello, aggiungeva «Vive arroccato lassù tra quelle mura come fosse un museo. Nulla può essere toccato, nulla cambiato.»

Jake seguì il sentiero su per la collina verso la tenuta solitaria, vide tracce di pneumatici sulla neve fresca e dubitò che lo avrebbe trovato a casa, ma continuò a camminare costeggiando il muro a protezione della proprietà fino all’ingresso principale. Un alto cancello nero dalle guglie appuntite e ricoperte di neve come una minacciosa catena montuosa in miniatura si stagliò davanti al bambino. Un cartello avvertiva i visitatori che all’interno c’era qualcuno pronto a sparare a vista su chiunque fosse entrato senza invito. Jake deglutì indietreggiando di un paio di passi come se questo potesse metterlo in salvo da proiettili vaganti. Espirava nuvole di vapore che Buddy cercava di prendere con la zampa e aspettò finché qualcuno non si palesò.

Fill uscì per controllare la macchina e aprire il cancello. Jake superò il cancello e si nascose dietro un arbusto vicino per prendere tempo e decidere cosa fare. La porta d’ingresso era aperta e  poco dopo ne uscì un uomo coperto da capo a piedi che però Jake riconobbe come il medico del paese, il dottor Cooper, seguito da un Mr. Payne in vestaglia con una pipa in mano e le spalle ricurve, come se dovesse portare tutto il peso del mondo.

«Non c’è motivo di preoccuparsi fino all’esito degli esami Charles, sono solo ipotesi.» disse Mr Cooper con una pacca amichevole sulla spalla cadente di Mr. Payne.

«Ipotesi fatte sulla mia pelle, William. Ci vorrebbe un miracolo» rispose Mr. Payne tirando una profonda boccata dalla pipa.

«Andrà tutto bene. Buon Natale, Charles» si congedò il medico raggiungendo la macchina in cui Fill lo aspettava.

Mr. Payne si limitò ad annuire e attese che la macchina sparisse alla vista. La stessa idea la ebbe Jake, aspettare, ma Buddy fu di diverso avviso e balzò fuori dal nascondiglio per acciuffare un uccellino, che però fu più veloce di lui. Jake inseguì Buddy e quando lo riacciuffò si trovò sotto il naso adunco e sottile del signor Payne. Ogni ruga di quel viso emaciato si contrasse in un’espressione di estremo disappunto.

«Temo dovervi invitare a lasciare la mia proprietà, ADESSO» tuonò il proprietario di casa.

«Salve Mr. Payne, signore, sono Jake ehm Jacob» sospirò per calmarsi e proseguì «Jacob Wells e lui è Buddy, mi dia un minuto per favore.»

«Il primo di quelli che mi restano. Troppo, direi» e così detto entrò in casa sbattendo la porta. Il batacchio continuò a oscillare come a voler chiedere scusa per il comportamento del suo padrone.

Jake allora parlò attraverso la porta, sperando che ci fosse qualcuno in ascolto dall’altra parte. Raccontò le sue ultime ventiquattro ore, quanto amasse Buddy e le sorti del canile. Silenzio.
Chiese la stessa cortesia che aveva chiesto alla madre, con la stessa promessa di portarlo via di lì il giorno dopo.
La porta si aprì quel tanto che bastava a far uscire un po’ di oscurità e il naso di Mr. Payne.

«Perché dovrei farlo?» chiese al piccolo intruso.

«Perché nessuno dovrebbe essere solo a Natale» rispose Jake.

Per la seconda volta Jake riuscì a ottenere un posto caldo per Buddy in cui trascorrere la notte. Per la seconda volta pensò ad una soluzione e si ritrovò con più dubbi che risposte.

La vigilia di Natale arrivò sotto un cielo limpido come un lago ghiacciato capovolto, Jake tornò in strada alla ricerca di un padrone per Buddy e, come il giorno prima, non trovò nessuno disposto o adatto a prendersi cura del suo amico.
Andò da Mr Payne e vide la macchina in partenza fuori dal cancello.
Fill lo salutò con un cenno del capo e andò a chiudere i lucchetti. Jake si avvicinò al finestrino e Buddy balzò per salutarlo festante.

«Salve Mr. Payne, dove sta andando?»

«Hai trovato qualcuno per Buddy?» ribatté Mr Payne.

«No, signore» rispose avvilito Jake. Aveva finito le parole e quelle che avrebbe potuto dire gli restarono incastrate sotto il macigno della promessa.

Fill risalì al posto di guida.

«Al canile, Fill» ordinò Mr. Payne.

«Posso venire con lei?» chiese Jake prendendo posto accanto a Mr. Payne senza attendere la risposta.

Jake sentì di aver tradito la fiducia del suo piccolo amico. Non aveva fatto abbastanza per lui, aveva giudicato inadatte le poche persone disposte ad adottarlo solo perché avrebbe voluto tenerlo con sé. Era stato egoista e adesso Buddy ne avrebbe pagato le conseguenze. 
Per tutto il viaggio Buddy giocò con Jake sotto lo sguardo di un adulto indifferente. L’ombra affusolata di Mr Payne si stagliava sui due amici come una condanna. Jake coccolò Buddy per quel momento e per i momenti futuri, non voleva fargli capire che di lì a poco avrebbero dovuto dirsi addio.

Al canile furono accolti dai latrati dei residenti dietro la griglia di ferro e dal sorriso tirato di una signora che con un urlo provava a zittire i cani. Non era rimasto niente delle cure amorevoli della signora Willoby. 
La neve mista a fango attentava alle gambe dei visitatori e i cani erano inzaccherati fino alla punta delle orecchie. Tutti loro, inconsapevoli dell’infausto destino che li attendeva, si accalcavano verso Jake in cerca di attenzioni. Jake strinse a sé Buddy, ma la signora, dalle fattezze di un armadio, glielo strappò dalle mani senza alcuna compassione e incurante dei guaiti di Buddy, che invece riempivano le orecchie di Jake, continuò a parlare con Mr. Payne.

«La prego, me lo faccia salutare» chiese Jake allungando le braccia verso Buddy che provava a divincolarsi dalla presa.

«Credimi, è meglio così piccolo» rispose la donna prima di andar via con Buddy che abbaiava e guaiva in toni sempre più acuti.

Mr. Payne fece cenno a Jake di seguirlo verso la macchina soddisfatto per essersi tolto da quell’impiccio. In lontananza Buddy che richiamava ancora il suo amico.
Jake si arrestò, ormai gonfio di tristezza: «È vero quel che si dice su di lei!» urlò con le lacrime che non riusciva più a trattenere «Pensavo che potesse fare un piccolo miracolo e invece non può! Non ne è capace perché non ha un cuore!»
Jake superò la macchina ferma, in attesa che salisse Mr Payne, e corse verso casa . Tutte quelle luci e quelle decorazioni che gli avevano sempre dato gioia adesso non erano altro che cose. Anche il profumo della cannella e dei fuochi accesi non c’era più. Per la prima volta vide nella neve se stesso come un immenso manto di solitudine e attesa.

La casa in mattoni che sbuffava dal comignolo sbilenco, pareva essersi accasciata sulle propria fondamenta per quel Natale che di magico non aveva più nulla. Jake rifiutò la cena fingendo un mal di testa e lasciò i suoi genitori parlare al telefono rifugiandosi nella sua camera sotto il tetto. Si stese sul letto ancora vestito, pensando a Buddy impaurito e solo in quel posto ormai dimenticato e morente senza nemmeno sapere perché non poteva più stare con Jake. E si addormentò sfinito.

Arrivò la mattina di Natale e come ogni anno la mamma lo svegliò con la colazione più golosa e ricca dell’anno ma Jake la assaggiò appena. 
Sotto l’albero trovò un regalo: il treno in legno, dipinto a mano, definito fin nei minimi particolari, un modello in scala identico all’originale. Aveva anche le ruote mobili. Jake non avrebbe potuto chiedere giocattolo migliore, eppure non riuscì a esser felice.

«Devo uscire, non starò via a lungo, mamma» disse Jake scendendo di corsa le scale con un vecchio peluche in mano.

«Ma è Natale Jake! Dove vuoi andare?»

«Ho dimenticato una cosa» disse, infilandosi il secondo stivale per poi aggrapparsi all’appendiabiti e recuperare cappello e sciarpa che sistemò quando era già fuori casa per la via del canile. Il peluche era per Buddy. Voleva fargli sapere che non l’aveva abbandonato, che non l’avrebbe mai dimenticato.
Al suo arrivo nessun latrato. Non un solo cane dietro la recinzione. Erano rimaste solo bozze delle impronte catturate nella neve impiastricciata di fango vicino a piccole pozze d’acqua. Tre uomini nerboruti stavano caricando degli scatoloni su un furgone. Quel posto in poche ore era diventato il fantasma di se stesso con ancora i ricordi ad aggirarsi come ombre per non aver avuto il tempo di essere assorbiti.

«Mi scusi signore, dove sono tutti i cani?» chiese Jake all’uomo che stava sistemando uno scatolone sigillato sul retro del furgone in modo da non farlo cadere.

«Li hanno portati via stamattina presto. Ora spostati, lasciaci lavorare ragazzo.»

Jake si tolse il berretto lasciando scoperti i folti capelli ritti in testa e tornò a casa col suo peluche, pronto per una punizione.

«Vai a riordinare la tua camera Jake, sembra una giungla» lo rimbrottò la mamma appena entrato.

Jake non si oppose e salì in camera sua. Aprì la porta col cuore gonfio di tristezza e lasciò cadere il peluche sulla soglia.
«Sorpresa!» esclamò il papà seduto sul letto. Dalle sue braccia spuntò Buddy che si unì all’abbraccio di Jake col padre. La mamma sul ciglio della porta li guardava.
Jake non era stato mai così felice, prese Buddy per non lasciarlo andare via mai più e gli diede il suo peluche come regalo di Natale.
«Grazie mamma» disse abbracciando anche lei mentre Buddy strattonava il suo nuovo giocattolo come se ne valesse della vita stessa.
Fu il padre a interrompere quel momento perfetto. «Andiamo, ci aspettano per pranzo» annunciò scendendo le scale.
«Chi?» chiese Jake già pronto a chiedere se Buddy potesse andare con loro, ovunque fossero diretti.
«Oh, lo scoprirai presto» disse la mamma sorridente. 
Guardando la sua famiglia in quella loro piccola dimora e il nuovo arrivato, Jake si sentì completo. Andò a prendere il suo nuovo giocattolo che adesso trovava stupendo, e lo infilò in tasca. Col trenino e Buddy poteva andare verso qualunque avventura.
In strada ad aspettarli c’era Fill con la macchina del signor Payne. Alcuni vicini si erano affacciati curiosi e la famiglia Wells montò in macchina con due cesti di vivande da portare al padrone di casa.

Arrivarono nella tenuta, questa volta come ospiti graditi, Fill fece loro strada per raggiungere il giardino sul retro dove ad attenderli c’era un Mr. Payne vestito di tutto punto con accanto un labrador appesantito dagli anni, quasi addormentato.
«Ben arrivati, venite pure» disse loro fumando la pipa. Jake si avvicinò per scoprire che l’odore della pipa era insopportabile, ma vide anche altro: nel giardino fino al limitar del boschetto c’erano tutti i cani del canile. Erano liberi e Mr Payne con un fugace sorriso spiegò che avrebbe provveduto a far costruire delle cucce degne di essere chiamate tali. Jake non sapeva ancora spiegarsi come nascono i miracoli ma era sicuro di riconoscerne uno, e quello era un miracolo.
«Tuo padre mi ha garantito la tua collaborazione» gli disse Mr Payne facendo strada per entrare in casa.
«Certamente Signore!» rispose Jake, scoprendo di avere molta fame mentre seguiva Mr Payne con i suoi genitori.
«Ottimo. Pensiamo al Natale adesso, ci aspetta tanto lavoro signorino.»

Jake tagliò la strada a Mr Payne nel corridoio che portava alla sala da pranzo e lo abbracciò: «Buon Natale Mr. Payne» disse affondando il suo viso nel maglione dell’uomo.
Mr. Payne si irrigidì come se fosse stato colpito da un secchio d’acqua ghiacciata. Jake si sciolse dall’abbraccio e Mr Payne gli accarezzò la testa annuendo: «Buon Natale anche a te, Jake.»

E tutto finì così a New Even, in quella grande casa che non sentiva il calore umano da anni, ma Mr. Payne aveva un’ultima cosa da dire a Jake: «Fammi il favore di pettinare quei capelli la prossima volta, ragazzo.»
E tutti scoppiarono in una fragorosa risata. 

A Christmas Tale: il contest di Natale dedicato agli scrittori


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Lo sappiamo, manca ancora tanto a Natale, ma noi in redazione siamo già in mood natalizio


Quale miglior modo di aspettare il Natale se non leggendo un racconto a tema? Se anche tu ami follemente il Natale il nostro #edichristmascontest è l’occasione giusta per te!


Le regole per partecipare sono semplici

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E poi? Che succede?

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Dai, dai! Hai un mese di tempo per consegnarci il tuo racconto

Autori

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Matteo Deraco “figlio di una casalinga e di un impiegato” (cit. Francesco Guccini) nasce a Frascati nel 1984 e si sposta a Roma non appena la madre non necessità più di un posto letto nell’ospedale locale.
Si avvicina alla scrittura già nell’adolescenza fino a quando, nel 2008, decide di aprire un blog. Qualche anno dopo, quando la piattaforma su cui scrive si trasforma in un sito per incontri fra anime gemelle, lo chiude.
Studia sceneggiatura cinematografica, per poi arrivare alla narrativa che è, ancora oggi, il suo strumento di espressione preferito. Partecipa a molti concorsi di racconti, risultando spesso fra i finalisti e i premiati. Nel 2012 pubblica il suo primo lavoro, dal titolo “Vita, Morte, Miracoli di un uomo qualunque”. Otto anni dopo, pubblica “Racconti di storie irrilevanti”.

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Chiara Della Monica, classe 1986, appassionata di fotografia, ama stare all’aria aperta e leggere. Nell’anno in cui ha fatto parte di un team di recensori di libri ne ha letti 182.
Ha una passione per le citazioni che custodisce in numerosi taccuini dove annota le più belle. Scrive da tutta la vita, ma solo di recente ha avuto la giusta spinta per rendere pubblico il suo lavoro. In “Regali da vivere”, il suo nuovo romanzo, parla di un lungo percorso di rinascita emotiva. 
Di se stessa dice: “se volete farmi tacere datemi del cioccolato fondente e non parlerò più”.

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