La ricamatrice di Winchester

Un tuffo nel passato quello in cui ci porta Tracy Chevalier con il suo romanzo.
Al centro della narrazione l’Inghilterra degli anni Trenta e una delle “donne in eccedenza”, rimasta sola dopo la guerra. Violet, la protagonista, non vuole essere una delle tante donne il cui unico scopo di realizzazione è sposarsi ed essere madre. Desidera altro per la propria vita, ed è proprio con questo intento che lascia la madre e la propria città natale per trasferirsi a Winchester dove poter essere indipendente.

La prima parte è più lenta e riflessiva ma la scrittura della Chevalier è scorrevole e piacevole, nonostante la mancanza di “azione” non ci si annoia (anche se in alcuni passaggi i dettagli sul ricamo possono risultare eccessivi). Ci aiuta a conoscere Violet nelle sue fragilità e, allo stesso tempo, la sua grande forza interiore. Inizialmente fatica a liberarsi dai limiti imposti dal timore del giudizio degli altri, soprattutto quando “gli altri” sono la sua famiglia. La sua lotta interiore, infatti, si palesa soprattutto nel rapporto con la madre, una donna egoista e scorbutica che non perde occasione per farle notare i fallimenti della sua vita. 

In ogni personaggio femminile ho trovato un pezzetto della personalità di Violet stessa, donne legate alla tradizione e al proprio ruolo, come la madre e la collega Olive, da cui vuole prendere distanza, e donne forti e dirette come la sua amica Gilda e la signorina Pesel, che ci ricordano che è possibile e giusto essere se stesse.

Andando avanti nella lettura è tangibile la crescita della protagonista, una sorta di rinascita lenta ma tenace che avviene giorno dopo giorno, nessuna violenza. Anche nelle battaglie che Violet porta avanti è sempre misurata, quasi volesse passare inosservata. Facile empatizzare con lei, la Chevalier ha creato una protagonista reale che vive in costante bilico tra l’essere felice facendo ciò che le piace e la voglia di non deludere le persone amate. Forte e necessaria la scelta di non cadere in un lieto fine classico. La Violet dell’epilogo ci insegna che, proprio come il ricamo si costruisce punto dopo punto, possiamo diventare chi vogliamo a partire dalle piccole cose.  

Piccola nota: il titolo originale “A Single Thread” è decisamente più significativo di quello italiano, più descrittivo. Nel titolo inglese, infatti, si dà maggiore rilevanza al potente messaggio finale.

Binario sette

Edi choice del mese di gennaio e uno dei nostri libri preferiti letti in questo mese. 

Molto curiosa di leggere questo libro dalla trama così intrigante inizialmente ne sono stata delusa. Nei primi capitoli ho faticato ad entrare in sintonia con la protagonista Lisa che non ricorda niente di se stessa, neanche il proprio nome. 

Lo stile della Doughty già in queste prime pagine prive di avvenimenti è scorrevole e invoglia il lettore a proseguire per conoscere la verità su ciò che è accaduto a Lisa. Il talento dell’autrice rende credibile la storia di una protagonista invisibile, un “fantasma” della stazione che nessuno può vedere o sentire. Poi, quando improvvisamente le ritorna la memoria, rivela la propria storia. Il tutto è costruito su un gioco di flashback e ritorni al presente che lasciano alta la suspense. 

La narrazione in prima persona è il vero punto di forza di questo libro. Da lettori, senza saperne più della protagonista, si è totalmente coinvolti dalle sue sensazioni, paure e percezioni quasi come se fossimo con lei in quel momento. Nella lettura acquisiamo con lei la consapevolezza di un destino che non può più essere cambiato. 

Un amore che sembra perfetto con un uomo affascinante, apparentemente sicuro di sé, dolce e premuroso ma che piano piano rivela la propria natura di uomo possessivo, violento e manipolatore.   

L’autrice ci accompagna in un viaggio all’interno della psiche umana. Al centro, la paura di rimanere soli rivelando agli altri la propria infelicità. Anche quando è proprio lo stare insieme che rende infelici. Lisa dopo la sua morte rimane incastrata nella stazione in cui è finita la sua vita ma, allo stesso modo, durante tutta la sua relazione con Matthew era intrappolata nelle sue stesse inquietudini e proprio questo l’ha portata verso il suo destino. 

Il respiro del sangue

Mi piacciono molto i thriller e da poco ho scoperto Luca D’Andrea, un giovane scrittore italiano noto anche all’estero. Inizialmente scettica mi sono dovuta ricredere e adesso sono convinta che non abbia niente da invidiare ai più acclamati scrittori nordici. Ho già letto molti titoli e questo fino a ora è il mio preferito (ho meno apprezzato, invece, “Lissy”). Uno stile asciutto ma coinvolgente, ambientazioni minuziosamente curate e personaggi vivi sono gli ingredienti sempre presenti nei suoi testi.  

In questo romanzo passato e presente si intrecciano verso la ricerca della verità. Una piccola cittadina in Trentino, ambientazione tipica dei romanzi dell’autore, è al centro di un caso di suicidio avvenuto negli anni Novanta la cui certezza è messa in dubbio da Sybille, figlia della vittima. Una fotografia della scena del crimine recapitata proprio alla ragazza dà il via a una ruota di eventi impossibili da arrestare. Non bastano le minacce né le violenze a convincere Sybille e Tony a smettere di indagare. Due personaggi che si rivelano un poco alla volta fino a svelare le molteplici sfaccettature della propria personalità. 

Come possono uno scrittore di romanzi rosa e una giovane ribelle risolvere il mistero che avvolge la morte di Erika “La stramba” se l’intera cittadina sembra muoversi per nascondere la verità? Tutti sembrano voler proteggere Kreuzwirt e i suoi segreti quasi fosse una persona e non una città. 

La trama non banale e i numerosi personaggi che vi si muovono sono pensati nei minimi dettagli, niente viene trascurato. Le implicazioni culturali e le leggende popolari contribuiscono all’atmosfera di incertezza e di suspense così magistralmente creata da D’Andrea. Con un sapiente gioco tra gli elementi tipici del poliziesco ed elementi del soprannaturale “Il respiro del sangue” tiene incollati dalla prima all’ultima pagina.

Zia Mame

Patrick Dennis racconta di un orfano che viene affidato alle cure dell’unica parente ancora in vita, una zia mai conosciuta ed estremamente eccentrica… Dalla trama non avrei mai pensato che questo romanzo potesse nascondere un piccolo gioiello che fin dalla prima pagina riesce a catturare il lettore. 

Il susseguirsi dei capitoli attraverso cui il lettore impara a conoscere Zia Mame e vede Patrick crescere sono un concentrato di energia e ironia. I numerosi personaggi che incrociano il loro cammino non distraggono mai dal vero fulcro della narrazione, la zia. Una donna dinamica, irresponsabile e anticonformista che nella vita si lascia guidare sempre e solo dall’istinto trascinando nelle proprie follie anche il nipote.  

A fare da sfondo alle loro avventure è New York. Quella degli anni Venti, con le sue feste, i locali e la vita mondana ma anche delle difficoltà economiche della Depressione e delle brutture della guerra. Una società che muta e che Dennis ritrae con piccoli accenni, senza soffermarsi troppo, con uno stile brillante e ironico che non annoia mai. 

Dietro alle molteplici identità che Mame assume di volta in volta si svelano un’acuta intelligenza e una sottile comicità che rendono questo personaggio completo. A bilanciare la sua esuberanza, Patrick con la sua pacatezza e l’inspiegabile equilibrio mentale con cui resiste alle influenze della sua tutrice. Nonostante le sue assurdità mi sono più volte ritrovata a pensare che avrei voluto anche io una zia come Mame, un personaggio che ha la capacità di essere odiato e amato allo stesso tempo e che è una vera forza della natura.

Anna Bolena. L’ossessione del re

Ciò che più mi ha convinta ad affrontare questa lettura è familiarità con le fonti che Alison Weir, in quanto storica, oltre che scrittrice di romanzi, dimostra sempre di avere. In passato ho letto altri titoli del genere storico ma senza esserne troppo convinta. Il testo su Anna Bolena, al contrario, mi ha totalmente conquistata. 

“Anna Bolena. L’ossessione del re” ritrae la vita di Anna dall’età di undici anni fino al giorno della sua morte per decapitazione nel 1536. La Weir dosa perfettamente la veridicità del racconto con parti più romanzate (tra l’altro la nota dell’autrice in fondo al testo spiega benissimo quando si tratti di uno o dell’altro caso). Ne risulta un testo storicamente accurato ma che si lascia leggere con piacere. L’autrice non cade nel tranello di raccontare passioni e intrighi di corte mettendo da parte le fonti storiche per rendere più accattivante la lettura. Così costruisce un quadro attento e stimolante dell’Inghilterra dell’epoca.  

In particolare la prima parte, dedicata alla giovinezza di Anna, mi ha piacevolmente colpita. Viene ritratto un profilo molto lontano dall’immagine che ne avevo colto studiando l’Inghilterra dei Tudor. La sua educazione e formazione come dama alle corti di Borgogna e di Francia contribuiscono al sorgere di idee moderne sul rapporto tra uomo e donna, sulla Chiesa cattolica e sul ruolo della donna in politica e in società. Idee che contribuiranno, in parte, alla sua rovina ma che la rendono moderna e più vicina al lettore. 

La seconda parte (che idealmente identifico con il matrimonio con Enrico VIII ma che non corrisponde alla divisione del romanzo) tratta un argomento più noto ma che per merito della penna della Weir risulta comunque interessante. Appare chiaro che il suo intento non è di rappresentare Anna come un’eroina, ma piuttosto di liberare la sua figura da secoli di preconcetti e consegnarla al lettore in modo più verosimile possibile.Emerge con potenza la sua ossessione per la ricerca di un erede maschio. La consapevolezza che solo questa possibilità potesse salvarla la fa scivolare in un’aspettata e profonda insicurezza. 

Durante tutta la lettura sono stata combattuta tra il provare compassione e ostilità per una donna orgogliosa, profondamente acuta e affascinante la cui ambizione l’ha spinta verso un baratro di inimicizie, solitudine e dolore. 

La vita bugiarda degli adulti

La vita bugiarda degli adulti, disponibile dal 7 novembre, è il nuovo libro di Elena Ferrante che ritorna dopo la saga di grande successo de L’amica geniale (da cui la Rai ha tratto l’omonima serie tv). L’autrice ci racconta del passaggio dall’infanzia all’adolescenza di Giovanna, improvvisamente catapultata in un mondo a cui è stato strappato il velo che fino a quel momento aveva coperto la realtà con la serenità e, in un certo senso, con l’ipocrisia

A far crollare il castello di carta è una semplice frase origliata:

mio padre disse a mia madre che ero molto brutta […]. Tutto è rimasto fermo. Io sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso

Basta solo questo per far scoprire a Giovanna che i suoi genitori sono prima di tutto persone che mentono, soffrono, scendono a patti con la vita. 

La base su cui si poggia l’impianto narrativo sono le emozioni e i pensieri di uno sguardo tutto femminile attraverso cui viene svelata una lenta e progressiva costruzione del sé. Al centro di questo universo si trova Napoli, con le sue strade, i suoi colori e i suoi odori. Ed è in questa fitta rete che il lettore accompagna Giovanna attraverso la scoperta della propria identità e delle persone che fino a quel momento credeva di conoscere.

La vita bugiarda degli adulti è un romanzo che scava nelle emozioni attraverso una scrittura che si muove in perfetta sincronia con i cambiamenti che la protagonista sta vivendo. Ne risulta un quadro che non mira a ingraziarsi il lettore ma piuttosto a rappresentare la realtà nuda e cruda. L’adolescenza, per arrivare all’emancipazione dai propri genitori, vissuta in modo aggressivo e distruttivo. Una demolizione delle proprie convinzioni e abitudini che tinge tutto di nero, così come appare il futuro a chi non ritrova più punti fermi e certezze. 

A spingere il lettore a proseguire non è tanto il tema trattato, largamente affrontato anche da altri autori, ma la scrittura dell’autrice che riesce a entrare nella profondità dell’animo umano. In ognuno dei personaggi è possibile rintracciare qualcosa di se stessi, quella parte che tutti vorremmo tenere nascosta e che invece Elena Ferrante scrive nero su bianco, quasi a esibirla. Pagina dopo pagina ci si aspetta una conclusione che potrebbe riscattare dal senso di angoscia che pervade l’intera storia e invece la totale mancanza di speranza e lieto fine è ciò che più rende la lettura affascinante

Anche il finale, che inizialmente sembra sospeso e quasi mozzato, convince totalmente e risulta come la chiusura naturale di una storia che racconta uno spaccato di vita reale non una prosa letteraria. 

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Copertina EdiLab La vita bugiarda degli adulti Elena Ferrante libri casa editrice digitale books e/o edizioni


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autore: Elena Ferrante

titolo: La vita bugiarda degli adulti

editore: edizioni e/o

e-book: 12,99 euro

e-book: 12,99 euro

La Signora delle Camelie

La signora delle Camelie immerso in un’atmosfera d’altri tempi ha il fascino tipico della letteratura francese. Il tema è quello dell’amore impossibile tra Marguerite, la cortigiana più nota di Parigi e il giovane Armand che, amandola, riesce ad abbattere i muri di indifferenza della donna. Ma non aspettatevi il finale “e tutti vissero felici e contenti”. Il romanzo si apre infatti con un flashforward attraverso cui Dumas decide da subito di avvisare il lettore sul triste destino dei due amanti.

L’aspetto più affascinante della storia è che sembra che Marguerite sia una cortigiana realmente esistita e frequentata da Dumas, il che tinge il romanzo di colori cupi. È facile immaginare Alexandre struggersi tra le vie di Parigi per la perdita dell’amata. Dumas ha trasformato il suo romanzo in un’opera teatrale poi musicata da Giuseppe Verdi come La Traviata la cui protagonista è stata portata sulle scene da attrici come Eleonora Duse e Greta Garbo. Nel 2001 anche il regista Baz Luhrmann con Moulin Rouge! ha deciso di raccontare sul grande schermo la storia d’amore di Satin e Christian con riferimenti espliciti all’opera di Dumas, pur inserendo il tutto nella cornice di Montmartre che ricorda, invece, la Bohém di Puccini. Il successo dell’opera di Dumas si può forse legare al fatto che, pur essendo l’amore il tema centrale, non si tratta di un banale romanzo rosa. Se a una prima lettura l’autore sembra voler punire la sregolatezza della vita di Marguerite attraverso la sua morte – la tisi era una delle malattie più diffuse tra le prostitute dell’epoca – e la solitudine dei suoi ultimi giorni, ci si rende ben presto conto che la sua opera è molto di più. Dumas ha reso attraverso pennellate sicure e nette un quadro perfettamente realistico della Parigi dell’Ottocento in cui a regolare la vita sociale borghese è l’ipocrisia di chi solo apparentemente condanna un fenomeno più che diffuso. La storia d’amore prende forma attraverso le parole di Armand: il ricordo dell’amore folle che i due hanno vissuto non riesce a colmare il vuoto lasciato dall’amata neanche a distanza di anni. I due si incontrano a teatro e l’uomo immediatamente se ne innamora, mentre la donna ride di questo giovane inesperto, che a confronto dei suoi molti amanti, non può portarle nessun vantaggio perché per Marguerite l’amore non è altro che uno scambio materiale, non è certo un sentimento che scalda il cuore.

Il passo deciso, la figura slanciata, le narici rosee e aperte, i grandi occhi leggermente cerchiati d’azzurro, denotavano una di quelle creature ardenti, che spandono tutt’intorno un profumo di voluttà, come quei flaconi d’Oriente, i quali, benché perfettamente chiusi, lasciano sfuggire l’effluvio dell’essenza che contengono.

Per due lunghi anni i due non si rivedono perché una malattia tiene lei lontana dalla vita mondana a cui era solita partecipare. Il giovane ogni giorno chiede delle sue condizioni di salute ma senza mai rivelare la propria identità. Una volta guarita, scoprendo che Armand è l’uomo delle visite misteriose, si innamora della sua tenerezza e caparbietà: per la prima volta si è sentita protetta, che sia questo l’amore? Armand, però, non è solo innamorato, è geloso e non può sopportare l’idea che qualcun altro possa anche solo sfiorarla, per Marguerite è difficile rinunciare alle relazioni vuote e superficiali a cui era abituata. Nonostante le difficoltà e le differenze riescono ad essere felici come non lo erano mai stati, ma la famiglia del rispettato Armando non crede nella loro relazione e con un atto di profondo egoismo convincono e costringono Marguerite a lasciare l’amato per timore che, il suo, sia un mero interesse economico. Armand, che non sa la verità, non può fare altro che disprezzarla   

Dunque Marguerite era una sgualdrinella come tante, questo profondo amore che sentiva per me, non ha nemmeno lottato contro il desiderio di riprendere la vita di un tempo.

Il Signore degli Anelli

In un buco nella terra viveva uno hobbit. Non era un buco brutto, sudicio e umido, pieno di vermi e intriso di puzza, e nemmeno un buco spoglio, arido e secco, senza niente sicuri sedersi né da mangiare: era un buco hobbit, vale a dire comodo.

Questo celebre inizio è inconfondibile, come il simbolo di una casa di produzione cinematografica avvolta da nubi nere. Non potevo non usare questo incipit per l’argomento che affronteremo. Cercherò di trattare questo tema da fan (come il resto di voi) cercando di non omettere niente ed essere più esaustivo possibile. Penso di avervi già fatto perdere troppo tempo. Buona lettura!

Oggi vorrei parlare di un autore che per anni con il suo genio (a volte incompreso) è riuscito a dividere le opinioni di grandi uomini dell’editoria come Mondadori e l’allora collaboratore della casa editrice, Elio Vittorini. I due, infatti, per molto tempo sono stati di opinioni discordanti sul pubblicare o meno le prime opere di Tolkien. Rifiutato per ben due volte dalla casa editrice milanese (nel 1954 e nel 1962) la sua prima opera La compagnia dell’anello giungerà sugli scaffali delle librerie italiane solo nel 1967 grazie all’intuizione di un editore minore, il romano Mario Ubaldini.

Già! Molti di voi avranno intuito, il padre di un genere che in quegli anni in Italia era ancora sconosciuto è sbarcato nel nostro paese quasi in sordina, nessuna pompa magna. Proposto dalla sua casa editrice inglese Allen & Unwin ai grandi pilastri dell’editoria italiana ha ricevuto battute d’arresto con flebili scuse sulla sua impraticabilità alla pubblicazione, in quanto il grande pubblico in quel preciso momento storico, secondo le loro analisi, desiderava comprare tutt’altro genere.
A mio avviso solo perchè nessuno aveva mai proposto un genere leggero, un genere in cui tutti potessero immedesimarsi, un genere in cui amare il proprio eroe. Un romanzo in cui poter vivere avventure e trovarsi dentro leggende capaci di trasportarti in pochi istanti in un mondo fantastico popolato da creature di ogni tipo, da elfi capaci quasi di sovvertire le sorti di ogni creatura fino ai possenti nani in grado di creare gallerie di immani proporzioni proprio sotto i tuoi piedi.

E in quel momento le loro mani s’incontrarono e si strinsero, ma essi non lo sapevano.
E continuavano ad attendere qualcosa.

Se l’editore romano ha il primato della scoperta, però neanche qui possiamo chiudere con un lieto fine, infatti nemmeno Ubaldini riesce a dare il giusto lustro al padre di un genere appena nato. Tolkien infatti deve aspettare altri tre anni per conoscere la gloria nel nostro bel Paese, grazie all’edizione di Edilio Rusconi, l’innovativa casa editrice si impone con abili mosse oscure a gran parte dei suoi competitor. Ascoltare il proprio autore.
Non vi prendo in giro, ma è la sacrosanta verità, Rusconi segue alla lettera le istruzioni impartitegli da Tolkien stesso, ad esempio far uscire in un unico volume quello che sarà il suo masterpiece. Il “lieto fine” dopo questo walzer di autori che si sono succeduti lo troviamo nella Bompiani che nel 1999 ne acquisisce i diritti e che sotto la saggia guida di Elisabetta Sgarbi trova il suo equilibiro definitivo.

Ma scopriamo le origini di questo grande genio letterario: nato in Africa nel 1892, da genitori inglesi, ritorna dopo soli 3 anni in Inghilterra con la madre e il fratello. Il padre – che non prende parte al viaggio – muore poco dopo in seguito a una malattia che lo tormentava da tempo. I successivi anni inglesi però non portano bene ai Tolkien. A causa delle condizioni economiche in cui versa la famiglia sono costretti non solo a cambiare casa più volte ma anche ad abbandonare la prestigiosa scuola che stava frequentando per una di livello più modesto.
Ma si sa, proprio davanti alle avversità, solo i grandi hanno la forza e il coraggio di rialzarsi: vince infatti una borsa di studio che gli permette di frequentare nuovamente le lezioni della sua vecchia e amata scuola, dove poi completerà gli studi.
La figura della madre e del sacerdote hanno segnato profondamente la cultura e le passioni del giovane Tolkien. È grazie a Morgan che svilupperà un interesse per le lingue classiche, il gotico e il finnico. Ma ancora più importante è l’amore per la madre che lo porta a conservare nel suo cuore e nei meandri della sua mente una passione sconfinata per le leggende e le fiabe. Fra circoli letterari, libri e mondi immaginari trova il tempo anche per coltivare un’amicizia che sfocia in un grande amore per Edith Bratt, ma può esternare tutto questo suo sentimento solo al compimento dei 21 anni.

La coesione di leggende e fiabe porterà il giovane Tolkien a immaginare fin dall’inizio i confini di Arda, purtroppo il suo destino, come quello di molte grandi menti europee è legato a quell’orribile mostro che riesce a spazzare milioni di vite come una leggera brezza marina. La guerra. Arruolato volontario, sposa Edith prima di lasciare Londra, parte per il fronte (nessun corso di addestramento può mai formarti a cosa andrai ad affrontare) e viene subito spedito in trincea, li trovano la morte due dei suoi migliori amici, ma Tolkien dopo sei mesi a causa di una malattia viene rispedito a casa.

Che dire ancora, da qui in poi per lui gli anni successivi sono in discesa, vari titoli arricchiscono la sua già onorevole carriera accademica, la sua vita migliora con la nascita dei suoi tre figli e la quantità di opere prodotte in quegli anni è incalcolabile. Opere che ci hanno catapultati ad Arda con la forza e con la violenza che solo un pugno allo stomaco può fare, ma appena rialziamo la testa ci rimane solo lo stupore puro e vero da bambini.