Il respiro del sangue

Mi piacciono molto i thriller e da poco ho scoperto Luca D’Andrea, un giovane scrittore italiano noto anche all’estero. Inizialmente scettica mi sono dovuta ricredere e adesso sono convinta che non abbia niente da invidiare ai più acclamati scrittori nordici. Ho già letto molti titoli e questo fino a ora è il mio preferito (ho meno apprezzato, invece, “Lissy”). Uno stile asciutto ma coinvolgente, ambientazioni minuziosamente curate e personaggi vivi sono gli ingredienti sempre presenti nei suoi testi.  

In questo romanzo passato e presente si intrecciano verso la ricerca della verità. Una piccola cittadina in Trentino, ambientazione tipica dei romanzi dell’autore, è al centro di un caso di suicidio avvenuto negli anni Novanta la cui certezza è messa in dubbio da Sybille, figlia della vittima. Una fotografia della scena del crimine recapitata proprio alla ragazza dà il via a una ruota di eventi impossibili da arrestare. Non bastano le minacce né le violenze a convincere Sybille e Tony a smettere di indagare. Due personaggi che si rivelano un poco alla volta fino a svelare le molteplici sfaccettature della propria personalità. 

Come possono uno scrittore di romanzi rosa e una giovane ribelle risolvere il mistero che avvolge la morte di Erika “La stramba” se l’intera cittadina sembra muoversi per nascondere la verità? Tutti sembrano voler proteggere Kreuzwirt e i suoi segreti quasi fosse una persona e non una città. 

La trama non banale e i numerosi personaggi che vi si muovono sono pensati nei minimi dettagli, niente viene trascurato. Le implicazioni culturali e le leggende popolari contribuiscono all’atmosfera di incertezza e di suspense così magistralmente creata da D’Andrea. Con un sapiente gioco tra gli elementi tipici del poliziesco ed elementi del soprannaturale “Il respiro del sangue” tiene incollati dalla prima all’ultima pagina.

Zia Mame

Patrick Dennis racconta di un orfano che viene affidato alle cure dell’unica parente ancora in vita, una zia mai conosciuta ed estremamente eccentrica… Dalla trama non avrei mai pensato che questo romanzo potesse nascondere un piccolo gioiello che fin dalla prima pagina riesce a catturare il lettore. 

Il susseguirsi dei capitoli attraverso cui il lettore impara a conoscere Zia Mame e vede Patrick crescere sono un concentrato di energia e ironia. I numerosi personaggi che incrociano il loro cammino non distraggono mai dal vero fulcro della narrazione, la zia. Una donna dinamica, irresponsabile e anticonformista che nella vita si lascia guidare sempre e solo dall’istinto trascinando nelle proprie follie anche il nipote.  

A fare da sfondo alle loro avventure è New York. Quella degli anni Venti, con le sue feste, i locali e la vita mondana ma anche delle difficoltà economiche della Depressione e delle brutture della guerra. Una società che muta e che Dennis ritrae con piccoli accenni, senza soffermarsi troppo, con uno stile brillante e ironico che non annoia mai. 

Dietro alle molteplici identità che Mame assume di volta in volta si svelano un’acuta intelligenza e una sottile comicità che rendono questo personaggio completo. A bilanciare la sua esuberanza, Patrick con la sua pacatezza e l’inspiegabile equilibrio mentale con cui resiste alle influenze della sua tutrice. Nonostante le sue assurdità mi sono più volte ritrovata a pensare che avrei voluto anche io una zia come Mame, un personaggio che ha la capacità di essere odiato e amato allo stesso tempo e che è una vera forza della natura.

Anna Bolena. L’ossessione del re

Ciò che più mi ha convinta ad affrontare questa lettura è familiarità con le fonti che Alison Weir, in quanto storica, oltre che scrittrice di romanzi, dimostra sempre di avere. In passato ho letto altri titoli del genere storico ma senza esserne troppo convinta. Il testo su Anna Bolena, al contrario, mi ha totalmente conquistata. 

“Anna Bolena. L’ossessione del re” ritrae la vita di Anna dall’età di undici anni fino al giorno della sua morte per decapitazione nel 1536. La Weir dosa perfettamente la veridicità del racconto con parti più romanzate (tra l’altro la nota dell’autrice in fondo al testo spiega benissimo quando si tratti di uno o dell’altro caso). Ne risulta un testo storicamente accurato ma che si lascia leggere con piacere. L’autrice non cade nel tranello di raccontare passioni e intrighi di corte mettendo da parte le fonti storiche per rendere più accattivante la lettura. Così costruisce un quadro attento e stimolante dell’Inghilterra dell’epoca.  

In particolare la prima parte, dedicata alla giovinezza di Anna, mi ha piacevolmente colpita. Viene ritratto un profilo molto lontano dall’immagine che ne avevo colto studiando l’Inghilterra dei Tudor. La sua educazione e formazione come dama alle corti di Borgogna e di Francia contribuiscono al sorgere di idee moderne sul rapporto tra uomo e donna, sulla Chiesa cattolica e sul ruolo della donna in politica e in società. Idee che contribuiranno, in parte, alla sua rovina ma che la rendono moderna e più vicina al lettore. 

La seconda parte (che idealmente identifico con il matrimonio con Enrico VIII ma che non corrisponde alla divisione del romanzo) tratta un argomento più noto ma che per merito della penna della Weir risulta comunque interessante. Appare chiaro che il suo intento non è di rappresentare Anna come un’eroina, ma piuttosto di liberare la sua figura da secoli di preconcetti e consegnarla al lettore in modo più verosimile possibile.Emerge con potenza la sua ossessione per la ricerca di un erede maschio. La consapevolezza che solo questa possibilità potesse salvarla la fa scivolare in un’aspettata e profonda insicurezza. 

Durante tutta la lettura sono stata combattuta tra il provare compassione e ostilità per una donna orgogliosa, profondamente acuta e affascinante la cui ambizione l’ha spinta verso un baratro di inimicizie, solitudine e dolore.